Oltre agli auguri di Buon Anno non di circostanza, un interrogativo si pone per il 2013: “chi salverà questo paese?”

Oltre agli auguri di Buon Anno non di circostanza, un interrogativo si pone per il 2013: “chi salverà questo paese?”

Vincenzo Lucarelli

Per il 2013 si annuncia una ulteriore fase critica nazionale e locale, che si palpa quotidianamente soprattutto nelle festività in corso, per effetto dei rischi legati ad una transizione tra la Legislatura già esaurita e l’altra in arrivo a fine febbraio.

Una specie di paura diffusa sulle prospettive di ripresa nell’anno in arrivo, che suggerisce di tenersi lontano dalle notizie e dai commenti giornalistici per un lungo periodo; anche per togliersi di dosso pericolose tossine mediatiche.

Dato il clima di ansia e di attesa, si ridimensiona lo spirito cittadino su cui la storiografia è prodiga di giudizi e, nello stesso tempo, concorde nello stabilire relazioni di causa ed effetto tra coscienza collettiva del momento e rinascita della solidarietà alla base del patriottismo municipale.

Sotto questo profilo si è cives perché legati al campanile e al concetto di prevenzione, da coniugare a molteplici forme di bene comune. Specialmente dove sopravvive il senso della tradizione, quest’ultima rappresentata da chi guida e governa la comunità attento all’ascolto, ma anche in grado di trasmettere speranza per il futuro.

Si tratta di una caratteristica intorno alla quale spesso è venuta meno la tenuta di una legislatura in fase agonica, quindi impossibilitata (con il passaggio del testimone) a inaugurare un nuovo ciclo nel quale i protagonisti dovrebbero cessare di andare ciascuno per proprio conto e in ordine sparso all’interno di un Paese in preda ad un generale disorientamento.

Basta prestare attenzione alle persone di ogni ceto sociale, preoccupate per come l’indifferenza del mondo politico non lasci filtrare la propria voce attraverso i diaframmi dei palazzi del potere. Non è un caso che il disastro economico abbia finito per trascinare con sé un equilibrio a mala pena in bilico e una coesione sociale allo sbando. Che aggrava il livello già negativo di una profonda crisi ecologica, economica, politica e culturale.

Durante gli ultimi 10 anni, quasi in tutto il mondo si è prodotto un pericoloso disincanto nei riguardi del processo politico. La democrazia rappresentativa (secondo il Corriere della Sera a pagina 36 dell’1/11/2012) si è trasformata “dall’essere per le persone a quella delle corporazioni e per le corporazioni”. Cioè, “in un governo esteso alle istituzioni finanziarie, con diritti assoluti e nessuna responsabilità verso la terra o le persone”. Emblematico, a riguardo, il fatto che “culturalmente gli uomini sono stati trasformati da produttori a consumatori”. Per cui, “il futuro non può più essere dato per scontato”. La terra, in effetti, “è stata trattata come se fosse morta, il suolo inerte, i terreni come semplice merce di scambio, da comprare e vendere per fare profitto da strappare ai deboli”. Del resto, continua il Corriere della Sera, “arraffare la terra è la storia di questi tempi”. “L’agricoltura, a ben vedere, è terreno di una vera e propria guerra, con sostanze tossiche e organismi geneticamente modificati che avvelenano la vita e minacciano le specie: dalle farfalle e le api che sono vitali per l’impollinazione ai vermi e altri organismi del suolo, essenziali per la fertilità dei terreni e la sicurezza del cibo”.

Va da sé, che “coltivare il futuro, secondo le convinzioni professionali e il profilo culturale e operativo della SAIL626, significa cambiamento di rotta, inversione di percorso dalle giungle d’asfalto ai giardini, passando da un paradigma ad un altro completamente diverso, fino a reimpostare, in un recupero territoriale delle zone interne, arti e mestieri della cultura artigianale. Quest’ultima intesa come produzione di alta qualità, per fare da volano ad un nuovo Rinascimento, che nel 1500 riuscì a far proliferare botteghe e officine in cui apprendisti di ogni genere perfezionavano e tramandavano alle generazioni future le loro abilità.

Il nostro Paese non può fare a meno di sfruttare in questo campo il vantaggio competitivo (universalmente riconosciuto) conseguente ai saperi della mano, in antitesi a politiche pubbliche che da anni, anche dell’altro secolo, non hanno saputo coniugare le proprie scelte anche a  tale esigenza.

 

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