L’ILVA di Taranto non è solo un problema pugliese.

L’ILVA di Taranto non è solo un problema pugliese.

Vincenzo Lucarelli

Sono settimane, se non di più, che la grande stampa nazionale e internazionale informa l’opinione pubblica italiana, specificatamente il mondo del lavoro, dell’economia e delle istituzioni locali sul problema della crisi dell’ILVA di Taranto; non solo su come uscirne per salvare la produzione già pronta per 8 miliardi di Euro, destinata al mercato nazionale ed europeo, ma anche per contribuire a creare le condizioni di una svolta nelle relazioni tra capitale e lavoro, nonché tra capacità di salute, magistratura e ambiente di vita.

Non sarebbe compito di questa on-line, entrare nel merito di tale questione perché la Sail626 si occupa prevalentemente di sicurezza e igiene del lavoro, curando l’affermarsi di una prevenzione interdisciplinare nei luoghi interessati.

Tuttavia, la specificità del conflitto creatosi tra lavoro, salute e risanamento ambientale dentro e fuori la fabbrica, suggerisce di spendere una parola su uno stato dell’arte che non riesce a mettere insieme vari tasselli di un mosaico difficile da ricostruire. E su cui, per onore di verità, il Governo (e per esso, particolarmente, il Ministro Clini) si è speso con provvedimenti finalizzati a rimettere insieme i cocci di una vertenza dagli esiti tuttora incerti.

Non è a caso che, dall’inizio dell’anno in corso, la stampa nazionale e locale ha fornito ampi resoconti. Interessante, a riguardo, ciò che ha pubblicato “Il Foglio”, (21 gennaio 2013 a pagina 3, a firma di Stefano Lorenzetto). Questi sottolinea che “a Taranto non si muore per l’ILVA”, stando ad un referto dei periti dell’accusa, i quali si dichiarano certi che una “acciaieria sporca ma non uccide”. Mentre, dal 2007 “la sentenza contro l’ILVA si ritrova già scritta in un libretto per i fanciulli”, dal titolo: “Le sirene e il mostro di acciaio”.

Su un altro versante informativo, venerdì 18 gennaio 2013, a pagina 27, il Corriere della Sera riferisce i contenuti di un rapporto di Legambiente (a firma Santucci e Stella) mettendo in evidenza la qualità dell’aria e i relativi risultati di una classifica operata dall’Economist sulle “polveri sottili” citando il caso di Torino. “Ottava metropoli più inquinata del mondo”: “su 95 capoluoghi, 51 sono oltre le soglie consentite”. In testa, Alessandria e Frosinone.

Sempre sullo stesso giornale, domenica 20 gennaio 2013, Goffredo Guccini a pagina 30 sorprende i lettori del Corsera con il seguente titolo: “Il silenzio assordante dei partiti sull’ILVA”.

A questo punto, è opportuno sottolineare quanto sia necessaria una specie di generale resipiscenza, evitando di scaricare (come auspica Buccini), “l’intera storia dell’ILVA sulle spalle di un governo dimissionario”, trattandosi di un fardello tecnico e di responsabilità che rimette in discussione diverse visioni del diritto alla salute, minacciando sia l’economia di produzione di eccellenza e di mercato, sia lo stesso sviluppo sostenibile.

Certo, non è questo il momento di lanciare sulle fumisterie elettorali in corso altre promesse da marinaio, anche se un qualche beau geste sarebbe comunque doveroso e ineludibile, pur nella scarsissima credibilità di chi avesse il coraggio di metterci la faccia e di cimentarsi con i lavoratori ai cancelli dello stabilimento siderurgico.

D’altra parte, così come stanno le cose, occorre prendere il toro per le corna. Azione il cui valore si misura dalla determinazione che si riuscirà a mettere in campo attorno a differenti interessi in gioco, facendoli confluire su una decisione comune, inventando strade nuove di confronto risolutivo.

Merita ricordare che anche la fondazione “Ugo La Malfa”, in un suo recente e specifico rapporto, esprime preoccupazione per i margini in rosso e i debiti in crescita di uno stabilimento da cui dipendono tra le 2 mila manufatturiere del settore. E 114 dell’area meridionale del paese. Del resto, la storia dell’industrializzazione del sud, secondo la fondazione La Malfa, è legata alla grande industria, perlopiù da quella pesante.

Per cui occorre dare inizio ad individuare un diverso modello di sviluppo, prevalentemente fondato tanto su risorse pubbliche, quanto sulla scuola, la sicurezza e la giustizia.

 

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