Sintesi di un primato del capitale sul lavoro

Sintesi di un primato del capitale sul lavoro

Vincenzo Lucarelli

Stefano Cingolani, su Il Foglio di venerdì 1° maggio 2015 (pagina VI e VII) traccia “la fine del ciclo secolare della grande industria manifatturiera” e indica nelle “innovazioni digitali l’accelerazione del processo di un nuovo modello di lavoro”.

Il lavoro, “come l’abbiamo inteso nell’ultimo secolo, cioè dipendente e organizzato, non è (più) il perno della società attuale”, né tantomeno l’alfa e l’omega dell’esistenza.

Dopo aver passato in rassegna le esperienze “delle rivolte dal 1972 in poi” (a cominciare dal declino del Sindacato, della centralità operaia e del vecchio modo di produrre che non riguarda soltanto l’industria a stelle e strisce), Cingolani si sofferma sul decreto del 2009, ritenuto responsabile della capitolazione del Sindacato Unico dell’Auto. Fino a determinare una nuova organizzazione del lavoro alle condizioni dettate dalla FIAT. Mentre gli operai hanno accettato le nuove modalità di rapporto con il capitale, accogliendo “positivamente la proposta di legare il salario alla produttività”.

In questa ottica, la paga dipende dal capitale e dal profitto. Quindi, un vero e proprio rovesciamento di posizioni e soluzioni specifiche. Prosegue, poi, Cingolani con un’articolata illustrazione su come è stata concretizzata la cadenza produttiva in tutte le realtà di comparto, nella quali si sono registrate alcune lotte operaie contro la riconversione produttiva.

Tuttavia, per capire quanta acqua è passata sotto i ponti, consiglia di leggere “un ritaglio stampa del New York Times di gennaio 2010” per avere contezza effettiva di una transizione, che evidenzia non solo l’impiego di stampanti a 3 dimensioni, con l’ulteriore sviluppo dei robot e la fine delle fabbriche, dei capannoni, ma anche la rimessa in discussione dell’impresa piramidale.

Anche in Italia il laboratorio, l’officina e l’industria diffusa sul territorio (quale punto di forza del sistema non più attuale) sembra diventare il riferimento per la terza (o quarta) rivoluzione.

Su un altro versante, Cingolani, cita l’Economist che ha dato vita alla “società on-demand”.

Esempi, a riguardo, si riscontrano con Uber nei trasporti individuali “per lo più urbani”, che consentono di prendere “una limousine sotto casa con un’applicazione sul telefonino”. Inoltre, con Handy “si può avere l’appartamento o l’ufficio pulito e riassettato quanto e come si vuole”. Su questa linea Cingolani ricorda anche Washio quale “lavanderia digitale”. Mentre Bloommthat “consegna mazzi di fiori dove e quando si vuole”. Oltre a Spoonrocket “che porta a casa cibi ancora caldi dei migliori ristoranti nel giro di 10 minuti”. Non manca neanche un esempio emblematico rappresentato dalla città di San Francisco dove si diffonde a macchia d’olio una specie di regno di questa vita “a’ la carte”, cosi come è dimostrato da Uber fondata nel 2009 e operante ormai in 53 Paesi. Per non parlare di internet “che ha rovesciato da cima a fondo l’ascolto della musica, la lettura dei giornali e dei libri nonché la visione del cinema e, in quota parte, anche la tv. Al momento, è sul punto di invadere la scuola e l’università”.

Cosicché l’impatto è davvero sulla vita associata nel suo complesso. Tanto è vero che persino “l’intero rapporto scuola-lavoro (che è alla radice della disoccupazione giovanile) potrebbe cambiare, mettendo in concorrenza diretta talenti e mestieri su scala mondiale”.

Infatti, si prevede fra non molto che non ci saranno né cattedre né banchi. Tanto meno maestri perché anche la pubblica istruzione “è figlia della società industriale”.

Non a caso, Cingolani fa poi riferimento a Keynes, Schumpeter, Marx, Davide Ricardo, Vilfredo Pareto, Braudel, Bruno Leoni, in considerazione che “il lavoro, così come lo abbiamo inteso nell’ultimo secolo (dipendente e organizzato), non è il perno della società attuale. Neanche il centro dell’esistenza”. Peraltro, conseguenza di tale centralità è la disoccupazione crescente, soprattutto giovanile, diventata strutturale, che allontana intere generazioni.

Certamente, se l’obiettivo è quello esclusivo di trovare un posto e portarsi a casa un meritato stipendio (pagato dal datore di lavoro oppure di ottenere un reddito di cittadinanza dallo Stato come assegno garantito solo perché si è al mondo), è chiaro che l’etica del lavoro si rovescia nel suo contrario; ossia nell’assistenzialismo pubblico.

Precursore di quanto abbiamo fin qui estrapolato e riassunto dall’articolo di Cingolani è Luigi Einaudi, che, su Il Corriere della Sera del 1919, a più riprese, ammoniva che “se l’unico movente del lavoro è lo stipendio (o il salario) è rotta la molla che spontaneamente spinge l’uomo a faticare”.

Aggiungendo “che non basta la riduzione delle ore affinché il salario aumenti. O che la fabbrica sia luminosa e provveduta di bagni e giardini…”. Tutto ciò, prosegue Einaudi è necessario a farsi, ma dovrà realizzarsi gradualmente; cioè man mano che gli enti pubblici, gli industriali, gli operai sentano che la prosperità, all’interno dei luoghi di lavoro, è legata all’educazione, alla salute fisica e mentale, compresa la morigeratezza di una vita familiare attraente”.

 

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