Ascensori a rischio abusivismo. Soppressa la Commissione d’esame abilitante

Ascensori a rischio abusivismo. Soppressa la Commissione d’esame abilitante

Vincenzo Lucarelli

A causa dello spending review, i professionisti del settore ascensoristico (e persino degli apparecchi di sollevamento: gru, paranchi e montacarichi), non potranno svolgere prestazioni tecniche specifiche essendo stata soppressa la Commissione d’esame deputata ad accertarne la sussistente competenza al termine di 5 anni di praticantato.

D’ora in poi (se le cose non cambieranno) anche chi era in possesso di un apposito patentino, non ancora eliminato come tale, non potrà svolgere il proprio lavoro per non incorrere nell’esercizio abusivo della professionalità.

Siamo, quindi, di fronte all’assurdo di un disegno, a dir poco burocratico, che pregiudica non solo un significativo comparto occupazionale in crescita, ma anche la sicurezza nell’uso di 850mila ascensori (primi in Europa) e una diffusa quantità di apparecchi di sollevamento in esercizio nelle attività produttive e negli edifici istituzionali sparsi sul territorio.

Si tratta di una iniziativa giuridicamente (ed economicamente) contraddittoria, rispetto ai tecnici già abilitati, calcolati in 25mila a servizio di 1600 aziende di settore. Per non parlare delle molteplici funzioni prevenzionali a cui si deve la possibilità di assorbire occupazione di lavoro ben fatto e ben retribuito. Oltre alla questione della Commissione citata che mette a terra imprescindibili professionalità, esperte della materia. Comprese quelle già “in itinere”.

Cosicché, non trova giustificazione alcuna una sortita negativa della burocrazia italiana di fronte a interventi di prevenzione che hanno funzionato egregiamente a partire da una legge risalente al 1942, aggiornata nel 1951. Tuttavia resa coerente nel tempo alle intervenute innovazioni tecnologiche, soprattutto nello spirito costruttivo del rapporto tra formazione teorica e pratica sperimentale.

Per quanto riguarda la SAIL 626 è un duro colpo allo stato dell’arte, qui evocato riassuntivamente, perché dimostra come, nell’ubriacatura dello spending review, si colpiscono nel mucchio i meritevoli e i capaci. Mentre, il futuro di un Paese come l’Italia dovrebbe misurarsi con le competenze effettive acquisite da quella “buona scuola di arti e mestieri” di cui tanto si ciancia a vuoto proprio in questi giorni. E di cui si contesta alla radice il ruolo di eccellenza nella preparazione alla durezza della vita di lavoro e di relazione.

Vale, quindi, la pena insistere nel sostenere il buon governo della scuola di ogni ordine e grado. Invece, di continuare (come afferma Lanfranco Pace su Il Foglio del 16 maggio 2015) a sfornare pletore di cazzoni con un pezzo di carta in mano, solo perché non fa chic dire che il lavoro manuale è stupefacente conoscenza del mondo.

Per cui, chi protesta si rende insopportabile, vista l’incapacità di discernimento, di selezione delle critiche e di formazione dello spirito critico. A cui fanno da cornice (secondo Giuliano Ferrara) argomenti primitivi che stanno alla base della rivolta sponsorizzata dai soliti nemici dell’innovazione. Che non sono stati istruiti dal gramscismo e dal crocianesimo di Togliatti. Cioè, da un Partito Comunista che evocava lo studio come fatica e duro tirocinio, non come fessa creatività spontaneista.

 

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