Marco, il bambino caduto nel buco nero di un ascensore della Metro A di Roma

Marco, il bambino caduto nel buco nero di un ascensore della Metro A di Roma

Vincenzo Lucarelli

Chi segue le cronache e le vicende dei rischi nei luoghi di vita e di lavoro, rimane di sasso di fronte alla notizia di un incidente mortale dovuto al blocco improvviso delle porte di un ascensore pubblico a servizio dei cittadini romani che usano la metropolitana. Cittadini immobilizzati in un ambiente confinato sotto un sole cocente di circa quaranta gradi di calore, senza la possibilità di sperare in una urgente salvezza da claustrofobia e paura.

Date tali condizioni, una madre con un bambino di 4 anni ha provato disperatamente a chiedere aiuto. Fino a quando un agente di stazione, spinto da generosità e altruismo, ha tentato a mani nude di sbloccare le porte, trasformando (inconsapevolmente) in tragedia il soccorso prestato. Il che, pur nell’urgenza dell’azione soccorritrice, l’intervento citato ha causato la caduta del bambino nel vano sottostante dell’ascensore.

Ciò sta a significare che torna in auge una logica di soccorso, per cui gli atti di eroismo, al di là degli indubbi meriti, spesso difettano su come bisogna agire intrinsecamente per corrispondere al canone di una specifica competenza prestazionale.

Con ciò, non si vuole colpevolizzare nessuno, tanto meno chi si è prodigato ad intervenire tempestivamente sulle condizioni date di forte disagio all’interno dell’ascensore incriminato.

D’altra parte, quando si ciancia di sicurezza, bisognerebbe ricordare che le dotazioni dei prescritti presidi tecnici, da sole, non bastano a garantire l’incolumità fisica dei malcapitati perché le medesime dotazioni vanno conosciute a fondo. Soprattutto per quanto riguarda i tempi e le verifiche nelle manutenzioni periodiche, troppo spesso lasciate all’autocertificazione delle ditte all’uopo deputate. Che andrebbero sottoposte a stretto controllo senza se e senza ma.

Piangere oggi sul latte versato (si fa per dire), se serve a tacitare la propria coscienza momentaneamente, peraltro non giova alla prevenzione dei rischi in ogni luogo pubblico e privato.

Certo, è agghiacciante la dinamica dell’incidente di Roma, che ha colpito un bambino di 4 anni che cessa di vivere cadendo da venti metri nel vano di un ascensore.

Purtroppo, nella società in cui ci tocca vivere il pericolo è sempre in agguato, compresi i delitti a cui assistiamo mediaticamente tutti i giorni. Mentre bisognerebbe cominciare a recitare un atto collettivo di resipiscenza e di contrizione, al di là di tante lacrime di vergogna per tutto quello che si sa di dover fare e che per maggior cordoglio non si fa, anche quando la retorica della morte finisce ipocritamente sulla piazza del reality show.

 

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